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Brano tratto dal romanzo "La Tristezza dei coriandoli"

Foglietti di carta, ecco cos’erano… e sarà perché da un certo punto in poi bisogna annotare quello che ti passa per la mente. Sarà l’età, ben sapendo che non si finisce mai di crescere. Sarà perché quello che regna nel retro di noi è l’immaginazione che ti scatta come un cortocircuito.
Ah no, non sono quei promemoria come gli appuntamenti a cui si arriva puntuali o in ritardo. Quei foglietti sono gli spessori dell’anima, li puoi mettere sotto i piedi nudi e ti sollevano per aria, li puoi mettere sotto una gamba quando ti accorgi che il piano delle verità non è in equilibrio.
Sono così sensibili che sembrano veli sospesi sul pavimento del giorno. E quel pavimento è fatto di assi di legno perché quando ci cammini sopra scricchiola sempre un po’.
Sui miei foglietti… annoto ancora le sensazioni che mi balenano e se non le trascrivo subito è come se mi sorpassino ad una velocità così impressionate che mi fanno capire quanto sia lento l’incedere di quel che suppongo sia il mio dover di vivere.
Non è poesia. O meglio, cos’è la poesia?
Il mio primo impatto fu come quello di molti, perché era qualcosa da imparare a memoria. Erano concetti così astratti e pensavo che mai li avrei compresi, ma forse era soltanto letteratura che non mi apparteneva ancora. Poi, tutto cambia, quando la poesia la incontri sulla tua strada.
Allora è vivendo, con gli occhi sonnambuli, che si fanno scricchiolare le assi di legno del pavimento, e non significa che stiamo imparando ad amare. Non significa che sappiamo scrivere poesia, che rimproveriamo la vita. Sarà soltanto un modo randagio, come la mia indole, come il dispetto che mi piace fare alla formalità del mio io.
Quindi, quello che scrivo non è poesia, è la metafora di un viandante. Ma chi si rivede in quella metafora è al contempo un po’ poetico e di certo randagio, come la sua anima, che vuole scavalcare i riti delle formalità e dell’ipocrisia.